top of page

NON MANDIAMO IN FUMO IL LUNGO E COSTANTE LAVORO DELLA NATURA

Immagine del redattore: Ferdinando Manconi
Ferdinando Manconi
2 ago 2020
Tempo di lettura: 3 min

Nella foto una foglia ed un frutto che tutti noi abbiamo imparato ad apprezzare ed incontrare nelle passeggiate fuori porta ad altitudini fino ai 1000 metri.

L'abbiamo sempre chiamata confidenzialmente Quercia, un po come facevamo con Mario il barista, Franco il barbiere o Paolo il panettiere: non avevamo bisogno di ulteriori precisazioni; sapevamo immediatamente a chi ci si stava riferendo.


In realtà si tratta di una roverella (Quercus pubescens) appartenente alla famiglia delle Fagaceae e deve il suo nome alla peluria (pubescenza) che caratterizza gemme e foglie nei primi stadi di sviluppo alla ripresa vegetativa.


E' presente nell’Europa meridionale e, nel nostro Paese, in tutte le regioni, dal livello del mare fino a circa 1300 metri di quota. Esemplari pluricentenari raggiungono 25 metri di altezza, 4 metri di circonferenza del tronco a petto d’uomo e una circonferenza della chioma di oltre 50 metri. Il tronco si ramifica precocemente e la chioma, negli esemplari annosi, appare irregolarmente globosa; il fogliame disseccato, color ruggine, si mantiene per quasi tutta la cattiva stagione; le foglie cadono quando ormai sono presenti quelle della primavera successiva (a meno di colpi di vento invernali particolarmente violenti). In effetti la roverella si colloca in una posizione intermedia tra le sempreverdi mediterranee e le latifoglie a riposo invernale: le sue foglie sono caduche ed hanno una lamina che, per le dimensioni, appare tipica di una latifoglia ma, per la consistenza coriacea, è prossima a quella delle sclerofille.


La crescita e lo sviluppo sono lenti ma, si sa, le cose migliori necessitano di tempo per essere realizzate.


Il suo legno di elevata durezza veniva impiegato prevalentemente per ottenere carbone o per costruire le traversine della rete ferroviaria. Le ghiande, invece, come alimentazione nella suinicoltura o, quando la fame si accompagnava alla povertà, come farina per la panificazione da destinare all'uomo.


Ieri in Sardegna tanti incendi hanno messo a repentaglio il nostro patrimonio verde. Una importante risorsa che, anno dopo anni, si stà ricostituendo nella nostra isola "del grande verde", come tramandato da antiche fonti egizie, dopo che, prima i Romani, per ricavare ampi spazi da destinare alla coltivazione del frumento e stanare i "barbari" nativi e poi Piemontesi e Toscani, ne hanno, di fatto, sfruttato la risorsa boschiva senza alcuna razionalità.


Nel 1740 il re Carlo Emanuele III di Savoia aveva concesso al nobile svedese Carlo Gustavo Mandell il diritto di sfruttare tutte le miniere di Parte d’Ispi (Villacidro) in cambio di un’esigua percentuale sul minerale raffinato; e gli aveva permesso di prelevare nelle circostanti foreste il carbone e la legna per le fonderie.


Lo scempio era continuato anche quando miniere e fonderie, scaduto il contratto trentennale di Mandell, furono gestite direttamente dal regio governo. Anzi da allora la situazione si era aggravata, perché le richieste di combustibile si erano fatte più pressanti e perentorie. Furono bruciati persino i boschi della piana di Oristano per incenerire i covi dei banditi mentre i toscani li bruciarono per farne carbone.


Con l’Unità d’Italia infine si chiude la partita con una mostruosa accelerazione del ritmo delle distruzioni, specie con il regno di Umberto I a fine Ottocento.


Scriverà Eliseo Spiga :” lo stato italiano promosse e autorizzò nel cinquantennio tra il 1863 e il 1910 la distruzione di splendide e primordiali foreste per l’estensione incredibile di ben 586.000 ettari, circa un quarto dell’intera superficie della Sardegna, città comprese”.


Il poeta Peppino Mereu, a fine Ottocento scriveva "Vile su chi sas jannas hat apertu/a s’istranzu pro benner cun sa serra/a fagher de custu logu unu desertu" (Vile chi ha aperto la porta al forestiero /perché venisse con la sega/e facesse di questo posto un deserto).


E Giuseppe Dessì, nel suo romanzo Paese d’ombre scrive "La salvaguardia delle foreste sarde non interessava ai governi piemontesi, la Sardegna continuava ad essere tenuta nel conto di una colonia da sfruttare, specialmente dopo l’unificazione del regno".


Ma è soprattutto Gramsci, in un articolo sull’Avanti (Edizione piemontese) del 23 ottobre 1918 (censurato) a denunciare la devastazione ambientale e climatica, frutto della spoliazione e distruzione dei boschi.

Nell’articolo – intitolato significativamente “Gli spogliatoi di cadaveri”, individua fra questi gli industriali del carbone.


"Essi scendono dalla Toscana e stavolta, il lascito perla Sardegna è la degradazione catastrofica del suo territorio. L’Isola è ancora tutta boschi. Gli industriali toscani ne ottengono lo sfruttamento per pochi soldi.: a un popolo in ginocchio anche questi pochi soldi paiono la salvezza", scrive ancora Gramsci.


"Così – continua l’intellettuale di Ales – L’Isola di Sardegna fu letteralmente rasa suolo come per un’invasione barbarica. Caddero le foreste. Che ne regolavano il clima e la media delle precipitazioni atmosferiche. La Sardegna d’oggi alternanza di lunghe stagioni aride e di rovesci alluvionanti, l’abbiamo ereditata allora", concluderà.


Oggi, ahinoi, non abbiamo la necessità di andare a scomodare antichi Romani, o ottocenteschi Piemontesi e Toscani. E' sufficiente guardarci allo specchio per trovare il colpevole.

 
 
 

Commenti


+39 329 9667721

©2019 di Studio A+L. Creato con Wix.com

bottom of page